Padre Fedele si “riprende” l’Oasi
E’ diventato proprietario del fabbricato contiguo alla struttura di via Asmara
Di Marco Cribari su Calabria ora del 15/09/2011
Ben presto, Padre Fedele potrebbe rimettere piede nell’Oasi francescana.
Se non dalla porta principale, comunque abbastanza vicino ad essa.
Non a caso, pochi metri separano la struttura di via Asmara dal fabbricato limitrofo, conosciuto anche con il nome di “Oasi II”, che da alcuni giorni risulta intestato proprio a Bisceglia.
Uno dei vecchi proprietari dello stabile, gli ha ceduto gratuitamente la sua quota, rimescolando
così le carte in vista del processo che avrà inizio il prossimo 4 ottobre.
Già, perché l’edificio è al centro di una vicenda giudiziaria (l’ennesima) che vede l’ex frate sotto accusa per occupazione abusiva di proprietà privata.
I fatti in questione risalgono al settembre di un anno fa, quando il Tribunale diede mandato ai carabinieri di porre sotto sequestro l’Oasi II.
All’epoca Bisceglia vi si era insediato contando di riprendere l’opera di assistenza ai bisognosi, ma i cappuccini, mostrando scarso entusiasmo per la presenza di un vicino così ingrombrante, si erano rivolti alla magistratura.
Gli ex fratelli di Bisceglia rivendicavano la proprietà di quella struttura prossima al convento principale e la loro denuncia fu ritenuta fondata dalla Procura che chiese il sequestro dell’edificio, ottenendo prima un rifiuto da parte del gip e poi il via libera dal Riesame.
I successivi ricorsi presentati dai difensori del monaco, sia al Tdl che in Cassazione, non andarono a buon fine.
Bisceglia dovette levare le tende e con lui anche alcuni poveri che avevano trovato riparo sotto quel tetto.
E così, mentre era ancora in corso il processo per violenza sessuale, contro Padre Fedele andò incardinandosi anche quest’altro procedimento penale, giunto ormai alla soglia di un processo.
Di chi è?
La storia del fabbricato “conteso” procede di pari passo con quella dell’Oasi francescana.
Fino ai primi anni ’90, infatti, il terreno su cui oggi sorgono entrambe le strutture, era di proprietà delle famiglie Alimena, Miceli e Bilotti.
Quest’ultime donarono poi l’intera area a Padre Fedele che, a sua volta, ne “girò” il possesso alle Missioni estere dei frati cappuccini.
Nel mezzo, si interpose anche una delibera comunale che vincolava l’Ordine francescano a realizzare su quell’appezzamento una struttura per poveri.
Erano i primi vagiti della futura Oasi francescana e nessuno poteva immaginare la piega che, vent’anni dopo, avrebbero preso gli eventi.
Poco prima di essere arrestato, infatti, Padre Fedele ricevette in dono alcuni macchinari dai proprietari del pastificio “Lecce”, allora fresco di fallimento.
La sua idea era di utilizzarli per produrre pane da destinare ai poveri, ma nell’attesa che quel
progetto prendesse forma, sistemò tutto il materiale all’interno di quell’edificio fatiscente che
sorgeva a pochi metri dalla “sua” Oasi.
Di lì a poco, però, una suora siciliana si recò in Questura a denunciare di essere stata ripetutamente stuprata da lui e dal suo segretario, innescando così l’inchiesta che, per alcuni giorni, lo fece finire anche dietro le sbarre.
Una volta tornato in libertà, Fedele fu allontanato dall’Oasi ed espulso anche dal suo ordine religioso d’appartenenza, ma continuò a bazzicare il palazzetto dov’erano stipati i macchinari del “Lecce”, eleggendolo finanche a domicilio della sua nuova associazione onlus, “Il paradiso dei poveri”.
Il resto è storia nota, con la reazione dei francescani e la vicenda che finisce a colpi di carte bollate. Fin dal principio, gli avvocati del monaco ultrà, Eugenio Bisceglia e Franz Caruso, avevano evidenziato come la particella catastale associata allo stabile risultasse ancora intestata ai Miceli-Bilotti-Alimena.
La donazione fatta all’epoca da Padre Fedele ai cappuccini, dunque, aveva riguardato tutto il terreno circostante, ma non quello dell’ormai celebre fabbricato.
Tale linea difensiva, però, è di fatto superata dagli eventi.
Ora, infatti, tra i nuovi padroni del fondo c’è proprio lui, il Vulcanico subentrato al “donatore” Alimena.
Sarà rilevante tutto ciò ai fini del processo ormai alle porte?
E hanno ragione i cappuccini a rivendicare la propria signoria su quel terreno?
Se così non fosse, ben presto potrebbero ritrovarsi il “nemico” in casa.